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Il cimitero di San Brunone e i tarantini illustri sepolti

Redazione IAMTaranto - 1 Novembre 2021

In queste prime giornate di novembre tutti i cittadini si recano al Cimitero per onorare e ricordare i propri cari.  Ma abbiamo mai pensato di guardare il Cimitero di Taranto, come un Museo a cielo aperto mentre attraversiamo i suoi viali, ove sono custoditi più di 200 anni della storia di questa città?

Il cimitero urbano tarantino, intitolato a San Brunone, santo fondatore dell’ordine dei Certosini, fu costruito per ordine di Ferdinando di Borbone in seguito all’infierire del colera a Napoli. Nel 1819 fu acquistato il giardino di San Brunone, ma soltanto successivamente, dopo che fu spiantato l’oliveto esistente nella masseria di proprietà della famiglia Nitti, il giardino diventò cimitero.

Sorgeva sull’antica Certosa di San Bruno che fu costruita nel 1700 (attualmente in pessimo stato). Nel 1820 la Certosa, che era diventata proprietà demaniale, fu data in affitto alla famiglia Nitti. I lavori di costruzione iniziarono nel 1837, all’epoca del sindaco Francesco Paolo Amati, furono ultimati nel 1845 dal sindaco Francesco Lojucco. Questi lo dotò di una cappella per celebrarvi la messa, del muro di cinta e di una strada. L’anno successivo fu deliberata la costruzione di un locale fuori del recinto del cimitero sul lato nord, per l’inumazione dei trapassati di altre religioni, compresi i bambini morti senza aver ricevuto il Sacramento del Battesimo.

Nel 1885 l’arcivescovo Mons. Jorio contribuì all’incremento del cimitero con un’altra area, parte della quale fu riservata alla tumulazione delle salme dei componenti del Capitolo Metropolitano.
Sono numerose le tombe monumentali presenti nel cimitero tarantino, alcuni risalenti al Regno delle due Sicilie, come quella dei D’Ayala o dei fratelli Raffo, Stefano e Vincenzo, di origini genovesi che perirono a Taranto mentre vi lavoravano. Il gruppo scultoreo che li rappresenta è talmente realistico nella sua plasticità in particolare per il loro abbigliamento di inizio secolo scorso. Non a caso è considerata il più bel Mausoleo del cimitero. Non dobbiamo dimenticare la Galleria Comunale con il meraviglioso colonnato né le cappelle gentilizie e private, delle Confraternite e delle Società di Mutuo Soccorso che raccontano l’arte degli ultimi due secoli. Esse le ritroviamo soprattutto nei viali principali in stile neo-gotico, neo bizantino, liberty ed addirittura neo-egizio, vista la presenza di due cappelle a forma di piramide posizionate in maniera simmetrica tra loro.  In quasi tutte le cappelle sono presenti gli ipogei dove venivano inumati coloro che avevano condotto una vita modesta. Inoltre, sono da leggere attentamente gli epitaffi, gli epigrafi ed i simboli che ritroviamo su buona parte di queste opere d’arte: bassorilievi come la croce latina rovesciata, la fiaccola rovesciata, la clessidra senza sabbia posizionata in orizzontale e i girasoli col capo chino che indicano che non c’è più vita. Simpatico l’epitaffio che il poeta Diego Marturano (U’ relogge d’a chiazze) aveva pensato in vita per la sua ultima dimora: “Una cosa è certa, finisce il carnevale e ognuno torna misero mortale”.

Non mancano al suo interno aree dedicate ai cimiteri militari: il famedio della Marina Militare ove sono sepolti 800 marinai periti nella Grande Guerra compreso i militari tedeschi del sommergibile UC12 ed i marinai della corazzata Leonardo Da Vinci, ricordati dal cippo originale proveniente dalla Nave, e il prato all’inglese dove sono sepolti i soldati inglesi (quello francese è stato spostato in patria). Sul viale principale è presente la Croce-Obelisco in pietra del Monte Grappa inaugurata il 22 aprile 1928 e dedicata ai caduti italiani in Etiopia e Spagna. Fino agli anni sessanta era presente nel viale principale del cimitero anche un’alta stele sormontata da uno scheletro che rappresentava la morte che rapiva l’uomo. Fu sostituita dall’attuale statua del Redentore in gesso, che oggi si trova all’ingresso di uno dei cancelli laterali, al suo posto oggi se ne trova una in bronzo.

Numerosi i tarantini illustri che qui hanno trovato degna sepoltura dal già citato Diego Marturano, uno dei più grandi epigrafisti italiani Alessandro Criscuolo, lo storico Giacinto Peluso, il ricercatore Alfredo Majorano (Museo etnografico a Palazzo Pantaleo), il Capitano dei Carabinieri Emanuele Basile ucciso dalla mafia, i musicisti Domenico Bastia e Mario Costa (Era di Maggio). A differenza della divina del Cafè Chantant Anna Fougez (Anna Pappacena-Laganà) che è ancora in attesa di una degna sistemazione nel famedio comunale

L’invito rivolto ai visitatori di questi giorni: guardate queste meraviglie con un occhio diverso dalle altre volte, fatto di attenzione e stupore, ma anche di dolore e, soprattutto un ricordo di insegnamenti umani che sono la cassaforte della nostra memoria storica.

Un grazie particolare per questo articolo va a Carmine Carlucci ed al Comitato qualità della vita, nonché a Roberto Missiani e Antonello Cafagna ed al loro documentario “Con occhi diversi – passeggiata tra i Viali di S. Brunone”.

Fium61

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