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Alla scoperta del Santuario della Madonna della Salute: un vero e proprio gioiello nel cuore dell’Isola Madre

Redazione IAMTaranto - 2 Luglio 2022

A metà strada tra il Ponte Girevole ed il ponte di pietra, al centro della Città Vecchia, si erge maestosa una chiesa che rappresenta un vero e proprio gioiello incastonato nel cuore dell’Isola Madre: il Santuario della Madonna della Salute, noto anche come chiesa di Monteoliveto.

Si tratta di un’opera architettonica con una storia davvero interessante, mentre la sua posizione quasi nascosta nel dedalo dei vicoli contribuisce ad accrescere lo stupore che si prova trovandosi improvvisamente davanti alla sua ampia facciata.

Costruzione del Santuario della Madonna della Salute

La costruzione del Santuario della Madonna della Salute è strettamente legata alla presenza a Taranto dell’ordine dei gesuiti, che edificarono la chiesa a partire dal 1686. I lavori, affidati al gesuita Tommaso Vanneschi detto il Carrarese, terminarono soltanto nel 1763, sebbene 11 anni prima fosse stato già consacrato l’altare maggiore.

L’imponente facciata, scandita da lesene ioniche nel primo ordine, corinzie nel secondo con due pinnacoli laterali, ha il portale con frontone interrotto dallo stemma dell’ordine domenicano.

L’interno è a pianta a croce greca con cinque altari, illuminato da quattro finestroni con vetrate policrome e sormontato da una cupola affrescata a cielo stellato di 10 metri di diametro, il cui pennacchio svetta al di sopra dei tetti della città vecchia.

All’interno del Santuario della Madonna della Salute

Appena si varca la soglia del santuario si è accolti dalla scritta beneaugurante “Salus Infirmorum”, che compare sull’altare maggiore, sopra l’icona che dà il nome alla chiesa.

Si tratta della copia ad olio su tela, opera seicentesca del leccese Antonio Verrio, della celebre icona bizantina della Salus Populi Romani, custodita nella Basilica capitolina di Santa Maria Maggiore e dipinta, secondo la tradizione, da San Luca evangelista.

Infatti durante il XVI secolo i gesuiti erano riusciti ad ottenere il privilegio da papa Pio V di ottenere delle copie per così dire “ufficiali” della celebre icona, e quella tarantina è certamente tra le più pregevoli.

Nel dipinto la Vergine stringe nella mano sinistra, che regge il Bambino, un fazzoletto simbolo della prontezza a consolare e confortare gli infermi, mentre Gesù benedice con la mano destra e nella sinistra tiene il libro della Parola di Dio.

L’altare maggiore in marmi policromi, posizionato e consacrato nel 1752, ha una pala costituita da un altorilievo in bronzo dei primi del ‘900 con angeli che sostengono l’icona della Madonna della Salute.

Gli altri altari della chiesa sono dedicati all’Arcangelo San Raffaele, in marmo, e a Sant’Ignazio di Loyola, fondatore dei gesuiti, in pietra. All’estremità del braccio destro del transetto è collocato l’altare in marmo del Crocifisso e sulla parete opposta l’altare del Sacro Cuore di Gesù.

Dopo che nel 1767 la Compagnia di Gesù fu soppressa da papa Clemente XIV, i padri gesuiti lasciarono Taranto nel 1773 e il complesso fu affidato alle cure della congregazione olivetana, che cambiò il nome del Santuario in chiesa di Monteoliveto e trasformò il collegio nel proprio convento.

Questo venne confiscato nel 1813 per decreto di Gioacchino Murat, a quel tempo Re di Napoli, nonché cognato di Napoleone Bonaparte, e destinato ad alloggio per gli ufficiali francesi.

Da allora il tempio mutò più volte destinazione d’uso e quando i gesuiti rientrarono nella Città dei due mari nel 1924, dovettero trasferirsi in un edificio limitrofo, denominato “Istituto San Luigi” e collegato alla chiesa tramite un cavalcavia.

Nel 1936 la città di Taranto venne consacrata all’icona della Madonna della Salute, da cui il santuario prende la sua attuale denominazione.

La Compagnia del Gesù continuò a gestire il culto nella chiesa fino a quando non lasciò la città, nel 1992.
Dopo questa data iniziarono i primi lavori di consolidamento e restauro che, dopo fasi alterne, sono terminati nel novembre 2018, restituendo la chiesa, in tutto il suo splendore e la sua maestosità, ai tarantini.

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