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“In via di sviluppo”: Piergiorgio Corallo presenta il suo progetto musicale, “Taranto e Grottaglie determinanti”
Redazione IAMTaranto - 28 Dicembre 2025
Piergiorgio Corallo ha voluto raccontare ad IAMTaranto.it il suo progetto musicale “In via di sviluppo”: parliamo di un lavoro nato in Puglia e non solo: Taranto ha influenzato l’estetica del disco considerando anche le sue origini grottagliesi.
Chi sei e da dove nasce questo progetto artistico-musicale?
Sono originario di Grottaglie e oggi vivo a Molfetta, dopo una lunga gavetta in diversi contesti artistici. Vengo dalle arti visive prima ancora che dalla musica: ho lavorato tra pittura e scultura, esponendo in Italia e in Europa, in città come Berlino, Sofia, Stoccolma, in contesti dedicati all’avanguardia contemporanea. Dal punto di vista musicale ho sempre frequentato ambienti underground e soprattutto club, in Italia e fuori, suonando spesso sottotraccia, senza una reale volontà di esposizione pubblica. In via di sviluppo nasce proprio da qui: dal bisogno di portare alla luce un percorso che fino ad ora era rimasto in ombra e di dargli una forma più aperta e consapevole. È il primo disco, ma arriva dopo molto lavoro sommerso.
Il dialogo con le arti visive è molto presente anche nella tua musica. In che modo questo influenza il tuo modo di scrivere canzoni?
Influenza tutto. Penso i brani come spazi, non come semplici strutture musicali. È lo stesso approccio che porto nel lavoro visivo, lavorando per stratificazioni e sottrazione. Anche la musica segue questo principio: togliere, definire, lasciare margini. L’album è stato costruito come un insieme di forme sovrapposte e diverse, non è una sequenza di singoli. Per questo si passa da un genere all’altro in modo anche violento.
Nonostante l’impianto molto introspettivo, il progetto ha avuto una certa circolazione internazionale considerando le dimensioni. Come si è sviluppato questo aspetto?
In modo naturale e quasi esclusivamente per passaparola. Non sono molto attivo sui social, e questo ha fatto sì che il progetto circolasse soprattutto attraverso contatti diretti, ascolti condivisi, ambienti indipendenti, localini, piazze, centri sociali. La frequentazione dei circuiti underground e dei club ha creato connessioni durature. Oggi il lavoro sta girando in contesti diversi — Brasile, Corea del Sud, Giappone, Cina — e anche negli Stati Uniti
Vivere tra Taranto e Grottaglie ha lasciato un segno nel tuo modo di fare musica?
Sì, in modo silenzioso ma profondo. Sono luoghi che ti educano al tempo e alla materia. A Grottaglie, in particolare, tutti sono artisti a loro modo: il rapporto con l’artigianato e con il gesto manuale ha rafforzato in me un’idea di lavoro molto paziente, visivo e concreto. È lo stesso approccio che mi ha portato, negli anni, a sviluppare opere molto pugliesi ma presentate in contesti internazionali e che oggi ritrovo anche nella musica. Niente effetti immediati, preferisco materiali con densità e durata, come la creta e il legno.
“Erase her name” è uno dei brani più recensiti. Che tipo di racconto contiene?
È una canzone che parla di memoria. Del tentativo di prendere distanza da un’immagine che continua a riaffiorare. Non cerca e non si illude di trovare una risoluzione, resta in tensione. In fondo è una dinamica che attraversa anche il mio lavoro visivo, dove alcuni temi ritornano nel tempo: opere come Solitudine o la scultura Libertà, che negli ultimi anni hanno ricevuto attenzione in ambito internazionale. Provo ad aggiungere linguaggi, ma resta lo stesso nucleo espressivo: in questo tempo, forse non stiamo bene, qualcosa non va e dobbiamo dircelo per stare meglio insieme.
D6. Quanto c’è di tuo in questo progetto e cosa ti ha spinto a realizzarlo?
In questo progetto c’è tanto di mio: il mio modo di vedere le cose, di costruirle e di metterle in discussione. In via di sviluppo nasce da un bisogno fisico di parlare e di sentire il suono, soprattutto la voce, che ho usato come materia da modellare, spingendola anche all’eccesso. Arrivo dalle arti e lavoro spesso in solitudine. Ma a un certo punto questa solitudine non mi bastava più. Mi ha spinto anche la necessità di condividere un senso di instabilità che sento mio, ma che credo appartenga a molti, soprattutto in questo momento storico. L’arte mi porta a lavorare da solo, la musica mi ha dato invece la possibilità di aprire quel processo e di trasformarlo in qualcosa di condiviso. Questo disco nasce esattamente da lì.
Quanto senti tua questa terra e quanto ha influenzato il tuo progetto?
Sono legato in modo profondo alla mia terra. A partire dall’infanzia, che qui viene vissuta quasi come un evento collettivo in cui tutti si prendono cura dei bambini di tutti, ho auto la fortuna di potere vivere davvero Grottaglie, ogni stradina, ogni piazzetta e Taranto rappresentava la città evoluta, coi negozi, le luci, il mare. Mio padre lavorava ai Cantieri navali e la realtà industriale di Taranto, con le sue contraddizioni, mi ha sempre affascinato ed è ancora cosi; all’epoca c’erano vari plessi industriali di grandi dimensioni, passandoci vicino sembrava tutto futuristico, per un bambino era come sfogliare un fumetto di fantascienza. Le sonorità del disco, i riferimenti all’acciaio, ai neon, la copertina, il concetto di ‘strato’ che proviene dalla ceramica grottagliese, dal tornio, una certa tensione anche sociale: provengono tutte dalla mia terra
Quali sono i tuoi obiettivi?
Ho obiettivi immediati, nel senso che il progetto musicale è ancora in promozione e ci saranno dei focus sui singoli più significativi nei prossimi mesi. Mi piacerebbe portare il lavoro nelle città che lo hanno ispirato prima degli eventi live all’estero, di sfondo industriale e post-atomica (Giappone, Corea del Sud). Il progetto prevede l’uscita di un libro entro l’anno 2026, un romanzo riguardante gli usi e costumi della nostra regione trasfigurati dagli occhi critici del protagonista, un ragazzotto che vuole fare l’artista e vede il mondo a modo suo; si chiamerà ‘Il mondo di Eugenio’.
Se fossi un turista, c’è un luogo che vorresti consigliare e perché?
A Grottaglie ci sono perle meno note, ad esempio un giro alle gravine naturali (Riggio in particolare), da cui nasce l’intera città, è una esperienza emozionante, magari quando i ruscelli, alimentati dalle piogge, sono visibili. Alcune chiese sono straordinarie, come la chiesa dei Paolotti e il convento annesso o la chiesa rupestre della Madonna della Mutata, il blindatissimo santuario di San Francesco de Geronimo con i suoi affreschi, oltre ovviamente al Quartiere delle Ceramiche, vera memoria storica del territorio. A Taranto, sottovalutiamo forse il bellissimo centro storico in cui si possono vedere le stratificazioni delle costruzioni nei secoli, con il mare vicino e un’aria del sud che si trova soltanto là. Ricordo ancora però la prima volta che vidi il Ponte girevole, una bellissima creatura di ferro che si anima, aprirsi al passaggio delle navi militari, con lo sfondo del castello Aragonese: è uno spettacolo che vale da solo il viaggio.
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