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Lo straordinario racconto di un soldato tarantino di 101 anni che ha combattuto nel deserto

Andrea Chioppa - 16 Febbraio 2022

Cosimo Valente nasce a Massafra il 13 settembre 1920. Nel gennaio del 1940, chiamato alle armi, viene inquadrato in un reggimento di artiglieria contraerea del 21° Corpo d’Armata diretto in Libia. Il suo viaggio verso l’Africa ha inizio il 3 gennaio 1940 quando il giovane massafrese si imbarca alla volta di Tripoli.

Seguono mesi di addestramento e duri scontri con le forze anglo australiane sul confine tra Egitto e Libia fino ai primi di gennaio del ’41 quando i reparti italiani costretti a ripiegare su Bardìa ed accerchiati da terra e da mare cedono le armi nelle mani degli Alleati.

Ha inizio così un lungo periodo di prigionia per migliaia di soldati italiani rinchiusi dapprima nei campi di transito nei pressi di Alessandria d’Egitto e successivamente caricati su convogli merci e trasferiti nei campi di prigionia britannici sparsi in Inghilterra, India, Australia e Sudafrica.

Il destino vuole Cosimo proprio nei pressi di Johannesburg dove viene trasferito ed internato nel campo di concentramento di Zonderwater. Sopravvissuto al caldo, alla fame e a condizioni di vita precarie, rimane nel campo per tre anni condividendo la vita assieme ad altri 94 mila soldati italiani. A seguito dell’Armistizio dell’8 settembre la vita dei POW, prigionieri di guerra, migliora in maniera significativa.

Cosimo viene nuovamente trasferito, questa volta in Inghilterra, a Manchester, dove deciso a collaborare, accetta di essere arruolato nell’esercito inglese vivendo una vita alquanto normale coronata dall’amore per la giovane Emily, figlia del Comandante della caserma a cui è assegnato. Il suo lungo viaggio, come quello di migliaia di soldati italiani, termina negli ultimi mesi del 1946 quando a guerra finita riesce a tornare a Massafra. Il prossimo 13 settembre, Cosimo compirà 102 anni.

Nei suoi occhi, il peso della storia, quella vissuta. Nel suo cuore, il desiderio di voler raccontare permettendo così alle nuove generazioni di conoscere quel che è stato e di ricordare ciò che semplici ragazzi di venti anni hanno vissuto e patito fino a perdere la vita. 

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